
Le origini della ricetta ayahuasca
Identificare la ricetta originale tradizionale dell’ayahuasca esclusivamente nella combinazione dei decotti di Banisteriopsis caapi e Psychotria viridis è un errore, alcune tribù utilizzano piante diverse: i Matsigenka evitano P. viridis considerandola “cattiva” ed usano un altra specie di Psychotria ancora non identificata [1], i Waorani dell’Ecuador si servivano di Banisteriopsis muricata senza admixture fino al contatto recente con i coloni Quechua [2], sono anche stati trovati decotti contenenti soltanto betacarboline [3].
In base ad una ricerca recente le ricetta dell’ayahuasca odierna si è evoluta nel corso di innumerevoli esperimenti che miravano alla ricerca di una sinergia tra le diverse componenti farmacologiche in particolar modo betacarboline e triptamine. Gli ingredienti di queste combinazioni variavano in base alla disponibilità locale delle piante, i metodi di somministrazione in base alla preferenza culturale specifica: sono stati registrate circa un centinaio di specie appartanenti a 4 famiglie botaniche diverse.
Diversi preparati come il vinho de jurema, yaraque, vino de cebil e le varie chicha allucinogene contano su dati etnografici antecedenti all’ayahuasca che viene menzionata soltanto in documenti relativamente recenti posteriori alla conquista Spagnola [4].
LA PURGA
Le betacarboline di cui sono particolarmente ricchi i decotti ayahuasca tradizionali hanno proprietà antiparassitarie oltre che emetiche e sono particolarmente utili in Amazzonia dove i parassiti intestinali sono molto comuni.
Durante l’esperienza è molto comune il vomito spesso accompagnato da diarrea a cui vengono generalmente attribuite funzionalità importanti per la “purificazione” del paziente, i soggetti riportano che dopo questi momenti di nausea e disagio fisico seguano le visioni più potenti e significative.
Un pubblicazione apparsa su Social Science & Medicine raccoglie la testimonianza di 227 tra terapeuti e partecipanti alla cerimonie con ayahuasca, quasi tutti lodano le proprietà del vomito definendolo fondamentale per la cura del paziente.
Gli autori, un antropologo ed un sociologo, speculano che il vomito indotto dall’ayahuasca possa alterare il microbioma intestinale o modulare in qualche modo le strutture che lo collegano al cervello in modo da avere un outcome positivo sulla salute mentale del paziente [6].
A proposito del microbioma non c’è nulla di positivo sul vomito, piuttosto, com’è ben noto, è l’assunzione e la digestione dei cibi ad influenzarne profondamente il profilo. A tal riguardo è in corso una ricerca volta ad investigare gli effetti del consumo di ayahuasca (sicuramente in un modello cronico anche se non esplicitamente dichiarato) sul microbioma intestinale dei veterani affetti da disturbo da stress post-traumatico [7].
Un altro meccanismo che viene tirato in ballo è la stimolazione vagale che viene effettivamente indotta dall’ayahuasca (in particolar modo dai MAO-I che provocano l’aumento centrale dei livelli di serotonina) e gode di buone evidenze positive anche in campo psichiatrico. Ma non è il vomito a provocare quest’attivazione, è soltanto un riflesso collaterale che segue e non ha nulla a che vedere con i potenziali benefici [8].
Sul piano neurobiologico, lo stato di intossicazione acuta altera la reattività agli stimoli interni. La nausea persistente agisce come un potente fattore di stress e disturbo cognitivo; la sua cessazione immediata tramite l’atto del vomito induce un rapido rilascio omeostatico e un senso di sollievo somatico. Questo ripristino del benessere fisico viene frequentemente interpretato dal soggetto, in condizioni di alterazione percettiva, come una forma di “purificazione” o catarsi mentale, secondo una dinamica di attribuzione psicologica ampiamente influenzata dal contesto e dalle aspettative.
La severità di questa risposta tossica non dipende da dinamiche intrapsichiche, ma è strettamente legata alla tolleranza individuale, alle restrizioni dietetiche preventive e, soprattutto, dai tannini e gli altri residui del decotto che tradizionalmente viene cotto a lungo a fuoco vivo e filtrato grossolanamente.
Una ricerca del 2022 ha analizzato diversi campioni di ayahuasca rilevando che il principale componente fosse il fruttosio. La cosa torna considerando quanto queste piante e soprattutto il Banisteriopsis siano ricche di zuccheri. Un campione aveva una concentrazione di fruttosio di 33g/50ml che spiegherebbe benissimo la nausea risultante dal consumo, oltre a costituire un potenziale rischio per un diabetico [9].
Se l’armina e le triptamine contribuiscono all’emesi per via recettoriale, è la complessa frazione inerte ed estrattiva del decotto a determinare il blocco e il rigetto gastrico nella maggioranza dei casi.
FONTI
3)Gems, David. “Alexander Shulgin and Ann Shulgin, PIHKAL, A Chemical Love Story. Alexander Shulgin and Ann Shulgin, TIHKAL, The Continuation.” Theoretical Medicine and Bioethics 20.5 (1999): 477-479.
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