Epena (Virola thediora)
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In StockVirola thediora è nota anche come albero che “sanguina”, una volta inciso produce una copiosa linfa rossa, insieme ai semi di Anadenanthera è l’ingrediente principale di diversi preparati tradizionali amazzonici.
Ha un aroma molto particolare che ricorda vagamente la Magnolia, un’altra Myristicacea.
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Questo lotto è costituito esclusivamente da corteccia di Virola thediora destinata unicamente all’uso come colorante naturale per tessuti e pelletteria.
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Descrizione
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Ci sono circa 40 specie nel genere Virola, il legname di questi arbusti tende a diventare rossastro dopo la raccolta. Quasi tutte, se non tutte, secernono un essudato rosso denso una volta che la corteccia interna viene incisa o rimossa. La V. thediora è una delle specie più comuni in Sud America e cresce a Panama, Guaiana, Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù.
La nomenclatura è ancora controversa: alcuni considerano V. thediora e V. elongata specie diverse, altri le considerano sinonimi, altri ancora le identificano con una terza specie, V. cuspidata. La revisione tassonomica più recente riporta V. thediora, elongata, cuspidata, rufula e calophilla come sinonimi [1].
Descrizione:
Classe: Magnoliopsida
Ordine: Magnoliales
Famiglia: Myristicaceae
Genere: Virola
Specie: V. theiodora
Nativo: Nord America
Plant Hardiness Zone: 10-12
Virola thediora è un alberello della famiglia della noce moscata che cresce fino a 30m d’altezza.
Il tronco raggiunge un diametro di 43cm circa ed è coperto da una corteccia liscia di colore grigio e marrone.
Il frutto di forma ellipsoidale o subglobulare ha un diametro di circa 10-15 cm.
Coltivazione:
I semi germinano molto facilmente, è un pianta molto facile da coltivare:
-Mettere i semi in frigo per una settimana, ma potrebbero volercene anche due per la germinazione; quindi piantati in vasetti con un po di terriccio.
-Mantenere umido il terriccio fino al quando non spuntano le prime foglioline.
-Trapiantare i semi in primavera, in un terreno fertile e ben drenante. Preferisce mezza giornata d’esposizione solare.
-Dipende dal grado di drenaggio e dal clima, ma bisognerebbe innaffiare le piantine circa tre volte alla settimana in estate.
-La raccolta avviene di solito a circa 120 giorni dalla semina.
PRATICHE ETNOMEDICHE E TERAPEUTICHE
Nell’herbarium dell’Istituto Botanico a Caracas, in Venezuela, venne custodito un campione di Virola theiodora dove fu annotata l’applicazione nel trattamento delle affezioni e delle lesioni del cavo orale. La droga proveniva dal Delta dell’Orinoco, e si ipotizzò che questa informazione appartenesse al sapere etnomedico tradizionale dei nativi Warao.
I Tirios del Suriname sud-occidentale applicavano la resina rossa sulle lesioni orali e sulle affezioni cutanee; i Wayana la usavano localmente per trattare le irritazioni dell’area genitale [2]. Nella Guiana l’essudato di diverse specie di Virola veniva impiegato contro i disordini da fungo e i disturbi della vista [3]; queste applicazioni erano già state riportate nel 1775 dal botanico francese Aublet.
Sembrò anche che una specie non identificata fosse stata usata come regolatore della fertilità dalle comunità native del Rio Negro, ma non si ebbero notizie sulla parte impiegata e sulla sua eventuale preparazione [4]. McKenna riportò che la corteccia di un’altra specie non identificata veniva fumata insieme al tabacco dagli specialisti rituali brasiliani [5].
PRATICHE VENATORIE E PREPARAZIONE DEL VELENO
Il primo a documentare l’uso del lattice di Virola nelle attività venatorie fu l’italiano Biocca, che acquisì l’informazione da un gruppo Yanomamö del Rio Cauaburí [4]. V. theiodora, in particolare, veniva utilizzata da un gruppo Waika dell’area del Rio Totobí.
I nativi intingevano più volte le punte delle frecce nella resina collocata a strati, facilitando il procedimento con un leggero riscaldamento sul fumo del fuoco. Essi affermavano che l’azione della sostanza era molto lenta e costringeva il cacciatore a un lungo inseguimento della preda [6]. Al contrario, Lizot riportò che solo la prima freccia sortiva un effetto sull’animale, e che altri colpi sarebbero risultati inutili [7].
Gli italiani Galeffi et al. analizzarono un campione della sostanza usata dagli Yanomamö, rilevando un’alta concentrazione di principi attivi triptaminici e l’assenza di sostanze direttamente letali [8]. Si ipotizzò che il composto causasse un’alterazione nel comportamento e nello stato di veglia dell’animale, rendendone più facile la cattura.
LE POLVERI DA INALAZIONE (SNUFF) RITUALI
Fino degli anni ’50 si pensò che fossero i semi di Anadenanthera gli ingredienti unici delle polveri da inalazione rituali amazzoniche, e che venissero impiegati anche nelle zone dove la pianta non cresceva [9]. La scoperta della resina di Virola rivoluzionò questa visione e aprì la strada allo studio di altre Myristicaceae ad azione cerimoniale diffuse in Amazzonia.
Le polveri venivano chiamate dalle varie comunità con diversi etnonimi: tyá-kee, yá-to e paricá in Colombia; epéna, ebene, paricá e nyakwána in Brasile; cumala in Perù; camaticaro, cedrillo, cuajo in Venezuela [10]. Questi nomi erano poco indicativi: paricá poteva anche riferirsi all’Anadenanthera, mentre epéna o ebene venivano usati come termini generali per indicare la polvere da fiuto, indipendentemente dalla composizione botanica.
I Tukano credevano che la polvere fosse stata acquisita direttamente dai testicoli del dio Sole, che si era ferito accoppiandosi con la figlia. Infatti, conservavano la polvere in contenitori chiamati muhipu-nuri, ovvero “pene del sole”. L’assunzione della resina permetteva ai nativi di entrare in contatto con Viho-mahse, “l’uomo della polvere da fiuto”, che risiedeva nella Via Lattea [11].
Preparazione
Un primo resoconto del 1938 suggerì che fossero le foglie di Virola ad essere impiegate per la produzione della polvere [12]; Schultes passò poi allo studio dell’essudato, inizialmente chiaro e liquido e in seguito rosso e denso [6]. Tuttavia, si constatò che la materia prima era costituita in realtà dalla linfa dello strato cambiale, appena al di sotto della corteccia. Solo i nativi Paumari dell’Amazzonia centrale usavano tutta la corteccia [13].
Schultes descrisse nel dettaglio la preparazione presso i Puinave: la corteccia di Virola veniva raccolta durante le prime ore del mattino, prima che il sole avesse toccato il tronco, altrimenti si riteneva che venisse pregiudicata la quantità e la forza del lattice. I fasci venivano lasciati a mollo in acqua per circa mezz’ora, quindi si raschiava l’essudato coagulato sullo strato interno con un coltello. Il materiale raccolto veniva messo in una pentola, poi impastato e pressato con una piccola quantità d’acqua, che diventava subito torbida. La soluzione veniva filtrata diverse volte, quindi veniva aggiunta ulteriore acqua fino a riempire la pentola, che veniva poi messa a cuocere a fuoco lento per 3-4 ore. Durante la cottura si formava una schiuma sulla superficie della soluzione, che veniva sistematicamente rimossa con un pezzo di corteccia. Alla fine rimaneva uno sciroppo bruno molto denso, che veniva essiccato e ridotto a una polvere rossa.
Diverse comunità della Colombia mischiavano la polvere di Virola con ceneri vegetali, come quelle ottenute dalla corteccia del cacao selvatico (Theobroma bicolor e T. subincanum) [14]. Tra gli Yanomami del Rio Tototobi una porzione della resina veniva carbonizzata durante l’ebollizione, quindi polverizzata a parte e miscelata con la parte restante in un secondo momento. Gli additivi alcalini servivano probabilmente a facilitare l’essiccazione e la conservazione, oltre a favorire e ad accelerare l’assorbimento dei principi attivi da parte dell’organismo.
Le comunità stanziate attorno all’Orinoco preparavano delle fette sottili dallo strato cambiale della pianta, tra tronco e corteccia, quindi le essiccavano lentamente vicino a un fuoco. In questo modo le potevano conservare per i periodi di penuria: prima dell’uso le reidratavano facendole bollire per qualche ora, quindi filtravano il liquido e lo riducevano a uno sciroppo denso. Questo veniva seccato ulteriormente, quindi polverizzato e setacciato. La polvere veniva miscelata insieme a una stessa quantità di foglie di Justicia pectoralis var. stenophylla. Infine, aggiungevano le ceneri della corteccia di Elizabetha princeps.
Presso altri gruppi Waika, invece, l’albero veniva direttamente abbattuto e le fasce della corteccia poste su un fuoco con la parte esterna rivolta verso le fiamme. Il calore provocava la fuoriuscita copiosa del lattice che veniva raccolto a più riprese, quindi riscaldato a fuoco lento. Ne risultava una pasta densa di colore rosso ambra, che veniva impiegata direttamente senza altri ingredienti [6].
I Sanama, un altro sottogruppo stanziato nel territorio di Roraima in Brasile, raschiavano la resina dalla corteccia con l’ausilio di punte di freccia che venivano conservate in un contenitore di bambù. Le punte infuse venivano utilizzate sia nelle attività venatorie sia per ricavarne la polvere rituale [15].
Manifestazioni ed efficacia rituale
Le manifestazioni conseguenti all’assunzione della resina di Virola tra gli indigeni erano variabili, ma in genere comprendevano stati di esaltazione, alterazione della sensibilità degli arti, contrazioni involontarie dei muscoli facciali, mutamenti nella coordinazione motoria, nausea, visioni caratterizzate spesso da macropsia (percezione degli oggetti come enormi) e infine un lungo sonno agitato [16].
Il fenomeno della macropsia era strettamente connesso alle credenze Waika sugli spiriti mitologici giganti, gli hekulas, che dimoravano negli alberi di Virola e interferivano nelle vicende umane [17].
I nativi Waika consideravano pericolose le assunzioni smodate e in genere si limitavano a inalare due misure tradizionali (equivalenti a circa due cucchiaini) di polvere, una per ciascuna narice. Lo stato di alterazione risultante durava circa un’ora. Generalmente l’uso veniva riservato esclusivamente agli sciamani [18]. Solo nella parte più nord-occidentale del Brasile la sostanza veniva assunta da tutti i membri del villaggio che avessero superato la fase iniziatica dell’adolescenza (sopra i 13-14 anni d’età). In alcune cerimonie comunitarie la polvere veniva consumata costantemente per 2-3 giorni in quantità estremamente elevate [11].
A Schultes venne riferito del decesso di un curandero Puinave causato da un’incorporazione eccessiva di polvere da fiuto [19]. Quasi tutte le comunità la impiegavano per via inalatoria, ma in misura minore veniva anche fumata o assunta per via orale. Ad esempio, i nativi Bora e Witoto del bacino amazzonico colombiano la comprimevano in piccoli agglomerati o pillole da ingoiare o da disciogliere in acqua. Anche i Muiname localizzati attorno a Leticia assumevano queste palline per via orale, ma previo mescolamento con ceneri vegetali [20].
Vennero riportate anche altre piante associate (admixtures) utilizzate per i preparati orali, come un lichene bianco crostoso non identificato che cresceva sulla corteccia della Rinorea racemosa, le foglie inumidite di una felce (Anemia sp.) e gli steli spezzati di Philodendron nervosum [21].
McKenna esaminò per via orale diversi campioni di resina di Virola, tra cui un preparato raccolto a La Chorrera, in Colombia, nel 1971, sei provenienti dagli insediamenti Witoto e Bora del Rio Ampiyacu, in Perù, e quattro dagli Yanomamö del Venezuela.
L’impiego per via orale aveva inizialmente lasciato supporre la presenza, nella Virola o nelle varie piante associate (admixtures), di composti capaci di attivare la sostanza a livello gastrico (principi sinergici ad azione inibitoria). Tuttavia, le analisi fitochimiche sui livelli di alcaloidi beta-carbolinici rilevati nei campioni non evidenziarono concentrazioni tali da giustificare un’efficacia sul piano cerimoniale.
Le manifestazioni corporee riscontrate si rivelarono più simili a quelle provocate da uno stimolante della pressione sanguigna o da un forte sedativo corporeo, piuttosto che alle tipiche modificazioni della coscienza e agli stati visionari descritti dai nativi [22].
. Quest’articolo approfondisce la questione.
Le varie analisi effettuate sulla corteccia di V. thediora hanno dato risultati molto variabili, ma si è visto che questa specie sviluppa alcaloidi indolici in tutte le sue parti.
-Da un campione di corteccia prelevato da Schultes in Brasile risulta lo 0,25% di alcaloidi totali tra cui betacarboline e triptamine.
Oltre agli alcaloidi sono stati isolati lignani bis-tetraidrofuranici (episesartemina, sesartemina, epiyangabina e yangabina) [22] e composti fenolici (catechina, rutina, acido quinico e gallico) [23].
-I fiori, provenienti sempre da Manaus, hanno dimostrato lo 0,47% di alcaloidi triptaminici.
-Nelle radici e nelle foglie sono state trovate piccole quantità di alcaloidi.
-Le snuff hanno mostrato una composizione chimica simile alla corteccia ma con una concentrazione superiore di circa 60-200 volte, una resina particolarmente potente proveniente dai villaggi Waika del Rio Tototobi è stata 11% di alcaloidi totali [24].
Altri campioni hanno mostrato anche la presenza di bufotenina ma probabilmente contenevano anche i semi di Anadenanthera.
3)Wood, B. R. “Forest Products of British Guiana. Part II: Minor Forest Products.(Forestry Bulletin No. 2 (new series)).” (1950): 68-69.
4)Biocca, Ettore. “Viaggi tra gli Indi Alto Rio Negro-Alto Orinoco, vol 2.” Roma. Consiglio Nazionale delle Ricerche (1966).
7)Lizot, Jacques. “POISONS YANOMANII DE CHASSE, DE GUERRE ET DE PECHE.” (1972).
9)Cooper, John Montgomery. Stimulants and narcotics. 1949.
10)Seitz, George J. “Epena, the intoxicating snuff powder of the Waika Indians and the Tucano medicine man, Agostino.” Ethnopharmacologic Search for Psychoactive Drugs (Eds., B. Holmstedt and NS Kline), Public Health Service Publication 1645 (1967): 315-338.
11)Schultes, Richard Evans, and A. Hofmann. “Plants of the Gods: Their Sacred, Healing, and Hallucinogenic Powers.” (1992).
12)Ducke, A. “Plantes nouvelles.” Arch. Inst. Biol. Veg 4.1 (1938): 5.
18)Seitz, Georg J. Einige Bemerkungen zur Anwendung und Wirkungsweise des Epena-Schnupfpulvers der Waika-Indianer. Elander, 1965.
19)Schultes, Richard Evans. “The botanical origins of South American snuffs.” Ethnopharmacologic Search for Psychoactive Drugs. US Department of Health, Education, and Welfare, Public Health Service Publication 1645 (1967): 291-306.
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