kava (Piper Methysticum) intera

17.90

Conosciuta anche come la bevanda della pace, la kava è un esotica radice medicinale con potenti effetti ansiolitici, analgesici, sedativi ed antidepressivi.

Nonostante le epatotossine siano state isolate dalla sola parte aerea, la radice è stata bandita in Europa e non può più essere utilizzata per la produzione di farmaci e supplementi.

NON E’ UN FITOFARMACO O UN SUPPLEMENTO ALIMENTARE, MA UN ARTICOLO NON ADATTO AL CONSUMO UMANO DESTINATO AD AROMATERAPIA E COLLEZIONE.

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17.90
forma Intera Tritata In polvere
quantita 25g 100g 250g
Azzera selezione
Confronta

Descrizione prodotto

DOSI INDICATIVE A TITOLO INFORMATIVO E DI RIDUZIONE DEL DANNO:

PARTE USATA: radice

-estrazione meccanica\ 5-15g
-tintura 1:1\ 3-10ml

Viene combinata a scopo sedativo/analgesico con canapa, 5htp, valeriana, passiflora e camomilla; con ginseng, ginkgo e iperico come nootropico.

Medicina convenzionale
Le proprietà analgesiche [48], anestetiche locali [48], miorilassanti [48], ipnotiche [48], ansiolitiche [51], antidepressive [51], sonnifere [52], sedative [52], nootropiche [54], neuroprotettive [56], antitumorali [57], antinfiammatorie [58], erbicide [61], antimicotiche [61] e MAO-inibitorie [47] del kava sono supportate dalla ricerca scientifica.

La radice è stata bandita in Italia e gran parte dell’Europa dalla lista delle specie officinali per via dei timori sulla sua potenziale epatotossicità.

Medicina alternativa
Il kava si impiegava principalmente come ansiolitico e sedativo prima di essere bandito.

Nella medicina popolare asiatica si usa ancora per gonorrea, vaginite, sifilide, leucorrea, incontinenza notturna, infezioni urinarie, vescica irritata, gotta, reumatismi, disturbi respiratori, cardiaci, febbre, crampi uterini, fatica, infiammazioni muscolari ed esternamente come anestetico locale.

Latte infuso
-(Opzionale) Congelare il materiale inumidito con acqua distillata.
-Mettere la radice di kava in polvere in un frullatore con un pari volume di latte e un volume doppio d’acqua (opzionale)distillata.
-Frullare a varie velocità per 5-10m facendo delle pause per non surriscaldare l’elettrodomestico.
-Filtrare e scartare i solidi,
-(Opzionale) Fare un altro frullato con gli stessi solidi.

Tintura
-Mettere la kava (opzionale)in polvere in un barattolo sigillabile e aggiungere etanolo al 70% per un volume di due volte superiore al materiale vegetale.
-Scuotere quanto più spesso (almeno 1 volta al giorno) e mantenere in infusione fino a 3 settimane per la saturazione.
-Evaporare l’alcol fino alla gradazione desiderata, si può anche eliminare tutta la parte liquida per ottenere un residuo solido

Descrizione
Classe: Magnoliopsida
Sottoclasse: Magnoliidae
Ordine: Piperales
Famiglia: Piperaceae
Genere: Piper
Specie: P. methysticum
Nativo: Pacifico Occidentale
Plant Hardiness Zone: 11-14
La kava è un arbusto dioico sterile, che si riproduce solo per via vegetativa.
Sviluppa foglie larghe cordiformi ed un rizoma molto massiccio e ramificato.
Produce dei fiori raggruppati in infiorescenze a forma di spiga.

Coltivazione:
Non si può coltivare a partire dai semi, ma solo tramite trapianto:
Trapiantare un pezzo di rizoma a mezza esposizione solare in un terreno ben drenante e ricco, composto per un 50% da materiale organico e per l’altro 50% da perlite o cocco.
-Necessita di molta umidità, di calore e di fertilizzante a cadenza regolare; teme il freddo e la siccità.

ORIGINE
Diversi autori nel corso degli anni hanno formulato varie ipotesi sull’origine geografica della kava: nel 1959 Yuncker la definì “problematica” [1], poi Barrau ipotizzò fosse originaria dell’Indonesia orientale o di Papua Nuova Guinea [2].
Nell’81 Smith ribadì che la provenienza della pianta fosse incerta [3], infine nell’89 Brunton suggerì che l’origine si potesse ritrovare nella Melanesia occidentale [4].
Lebot scrisse che la kava fosse stata introdotta dapprima a Vanuatu, luogo in cui si può ritrovare il maggior numero di cultivar diverse, meno di 3000 anni fa.
Da lì si sarebbe poi diffusa in Fiji, Polinesia, Nuova Guinea e Micronesia.

Un altra teoria, supportata anche dall’etnobotanologo italiano Samorini, si basa sul ritrovamento di un centinaio di mortai di pietra in Nuova Guinea e nelle isole vicine, particolarmente concentrati nell’arcipelago di Bismarck, isole Salomone e Nuova Guinea Orientale.
Si ipotizza che, dati gli ornamenti preziosi, venissero impiegati in contesti rituali per la produzione di bevande disgustose a base di radici di Zingiberacee e Piper wichmannii.
I martelli vennero poi abbandonati forse perchè la forma coltivata della kava, molto meno amara e nauseabonda, poteva essere masticata direttamente senza problemi.
Le discrepanze con la distribuzione geografica possono essere spiegate da un disuso della pianta che sarebbe tornata in voga successivamente, probabilmente in seguito alla selezione del Methysticum.
La maggior varianza delle cultivar notata da Lebot a Vanuatu può essere spiegata dall’introduzione di altre varietà dalla Polinesia.
La datazione di questi reperti potrebbe dimostrare che la kava venisse già consumata in Nuova Guinea più di 5000 anni fa [5].

SOCIETA’ E SPIRITUALITA’
La cultura della kava varia molto da isola a isola, ma ha sempre una certa funzione religiosa.
Il ruolo sociologico ed unificante della pianta può essere paragonato a quello dell’ayahuasca in Sud America o del peyote tra i nativi americani, è l’elemento comune che unisce le genti del Pacifico.
Viene vista sia come fluido vitale che come veleno, quest’apparente contraddizione riflette la visione di nascita e morte come momenti di passaggio tipica delle genti del pacifico.
La kava funge da lubrificante per attraversare il dominio dei vivi e l’aldilà [6].

Bere la bevanda è il momento rituale in cui si è soliti invocare gli spiriti di antenati e delle divinità [7].
In molte isole si getta qualche goccia della bevanda fuori dal bordo del tavolo come offerta per gli dei, anche il costume di bere tutto d’un fiato quindi applaudire tre volte è molto comune.

Nella Polinesia l’assunzione tradizionale della kava richiedeva uno stretto protocollo cerimoniale e gerarchico che rifletteva i sistemi politici e la grossa domanda per la radice che spesso superava le possibilità produttive locali.
In alcune zone come Tubuai la potevano consumare solo i nobili e gli alti ranghi [8].
Dall’inizio del XIX secolo però, seguendo l’aumento della coltivazione in larga scala, il consumo della bevanda si è progressivamente esteso in tutte le classi sociali come in Melanesia.

Nelle Fiji si beve giornalmente nelle tradizionali coppe, tanoa, intagliate da un singolo pezzo di legno sia in privato che in pubblico prima di ogni evento sociale, politico o religioso.

E’ comune celebrare una cerimonia formale per accompagnare la bevanda, yaqona, ed un fascio di radici della pianta viene esposto come dono rituale, sevusevu [9].
A Rotuma la somministrazione nei contesti cerimoniali è ancora strettamente regolata dal ceto sociale, un tempo la bevanda veniva prodotta da delle vergini che masticavano le radici fresche.

A Samoa si beve ad ogni evento pubblico specie nel caso di ospiti: in genere si serve prima il capo del gruppo in visita poi quello dell’ospite, quindi si procede in ordine di rango.
La bevanda viene servita in una noce di cocco spaccata a metà, ci si attiene ad uno stretto protocollo gestuale e rituale [10].

A Tonga è riservata solo agli uomini che la bevono nei kalapu.
Nelle cerimonie informali in assenza di una donna un uomo può servire la bevanda.
In alcune chiese la kava viene presentata ai dignitari ecclesiastici durante la cerimonia del sabato. Le congregazioni metodiste gestiscono in genere un kava bar come circolo giovanile, per incoraggiare il consumo della bevanda come alternativa all’alcol [11].
Nell’isola di Tongatapu si può bere solo le notti di venerdi e sabato, le sessioni durano circa 8 ore.

A Vanuatu si beve di notte nelle nakamal, particolari circoli maschili.
Solo nelle aree urbane si può trovare qualche grosso kava bar aperto anche alle donne.
L’atmosfera è molto diversa dalle nakamal, molto più rilassata priva di componente spirituale.
La bevanda viene servita in coppe di plastica o vetro, non nelle tradizionali noci di cocco [12].

A Futuna si beve per insignire un nuovo regnante [13].
Nelle isole di Wallis durante le feste informali le coppe di kava vengono passate dai ragazzi che corrono intorno da una persona all’altra, i più giovani procurano l’acqua per la bevanda.

SESSUALITA’
La cultura della kava è strettamente connessa alle credenze cosmologiche e sociali dei nativi sulla fertilità, il sesso e la mascolinità.
Più elementi comuni ricorrono nei vari miti sull’origine della kava, tra questi le caratteristiche supernaturali, femminili ed animali della radice.

Secondo un mito la pianta deriverebbe da una vagina decomposta di un cadavere, in relazione al suo odore penetrante e al suo potere bivalente: vitale e mortifero al tempo stesso.

Altri miti la associano al fallo: due donne stavano pelando dell’igname selvatico quando una radice di kava spuntò dal terreno e si incastrò nella vagina di una provocandole molto piacere.
Raccolsero la radice e la curarono nel loro giardino, da lì si passò dal consumo del kava selvatico (wichmannii) al coltivato (methysticum).

A Tonga viene servita da giovani ragazze chiamate touʻa che non devono avere alcun legame di parentela con i clienti per poter parlare liberamente di questioni anche amorose.

Nelle Fiji e a Tonga le basi delle tazze vengono chiamate seni, a Malakula e nella zona occidentale di Papua si fanno libagioni con la bevanda per propiziare il raccolto o la messa in acqua di una nuova canoa [14].

A Vanuatu si dice che “la kava è una donna e una donna non può prendere una donna”. Sono poche le donne che consumano la bevanda tra i nativi e lo fanno in contesti informali.

Tra i Gebusi della Nuova Guinea, così come in altre culture in Melanesia, la bevanda viene associata allo sperma e al cameratismo maschile, viene completamente proibita alle donne.
La cerimonia informale vuole che si dichiari di voler offrire il proprio kava alle donne o, in alternativa, implorare un altro di bere il suo kava manifestando metaforicamente l’intenzione di ricevere una fellatio.
Al mattino i danzatori maschi vestiti di ornamenti ballano mentre le donne intonano canzoni malinconiche, Knauft riporta che durante queste feste alcuni partecipanti si allontanavano nella boscaglia per consumare rapporti omosessuali [15].

POLITICA ED ECONOMIA
Durante il XIX secolo i missionari e colonialisti europei iniziarono a spingere contro la kava che era d’intralcio alla loro opera di conversione ed assoggettamento dei nativi.
I movimenti religiosi che nel 1800 si erano prodigati in Europa, Australia e America nei confronti della lotta all’alcol e al tabacco, spostarono i loro attacchi verso la bevanda esotica definendola “radice malvagia” o “liquore maledetto” [16].

I cristiani temevano il potere religioso e spirituale della kava che permetteva ai nativi di congiungersi con antenati e divinità e fecero di tutto per proibirne il consumo.
In Micronesia, dove la pianta viene impiegata per la cerimonia del tributo al re, il proibizionismo serviva anche a minare il sistema politico tradizionale per l’implementazione delle nuove leggi dei missionari [17].

Col tempo la kava venne eradicata in diverse comunità tra cui Tahiti e Kosrae.
Nelle 1850 nelle Hawaii invece fu proibito il consumo del kava selvatico o fresco grezzo senza supervisione medica, da quel momento si diffuse il quello secco in polvere.

Oggi il principale esportatore sono le Fiji, dal 1950 è diventata una cultura da reddito e sono state selezionate solo le cultivar più produttive per il mercato internazionale.

MEDICINA TRADIZIONALE
Alcune applicazioni della kava nella medicina tradizionale del Pacifico sono dovute al suo grande valore simbolico.
L’impiego come galattogogo, ad esempio, è dovuto alle credenze sulla fertilità e non ad una azione efficace vera e propria.

In Nuova Guinea si consuma la poltiglia masticata della radice fresca come analgesico.
In alcune zone viene consumata in grandi quantità dalle donne incinte prima del parto per stimolare la produzione del latte [18].

Sull’isola di Papua Nuova Guinea usano le radici e la corteccia per calmare il mal di gola, il succo delle foglie viene applicato sulle ferite o consumato come tonico generale [19].
Nella Nuova Guinea Occidentale si mastica la corteccia interna come rimedio per il mal di denti [20].

A Vanuatu la radice si impiega da sempre come narcotico ed anestetico.
A Mota Lava la kava si beve per trattare la costipazione, il succo delle foglie viene applicato sugli occhi contro la congiuntivite [21].
Nell’arcipelago di Pentecoste si consuma un infuso di corteccia come rimedio per la tosse.
Per le malattie febbrili impiegano il succo delle foglie fresche.
Una poltiglia base di foglie pressate e scaldate si usa localmente per trattare mal di testa, disturbi gastrici o epidermici.
Per curare i gonfiori alle gambe fanno dei bagni con un macerato di foglie.
A Melsisi il succo delle foglie fresche viene messo nelle orecchie per trattare i disturbi otalgici.
A Tangoa si fanno dei massaggi ricostituenti con il succo delle foglie.
A Erromango si prepara una combinazione col succo delle foglie fresche di Crassocephalum crepidioides, Abrus precatorius, Heliconia indica e Piper Methysticum come rimedio per asma e tubercolosi [22].
A Tanna le donne incinte bevono il succo delle foglie di kava e Fimbristylis cymosa prima di partorire per “essere sicure che il bambino si ruoti dalla parte giusta” per uscire.

A Samoa quando i marinai si feriscono con le spine di pesce, bruciano della radice di kava in una noce di cocco, quindi espongono la ferita al fumo che esce dai buchi del guscio.

A Pohnpei si crede che il consumo di kava sia profilattico per il rischio di gonorrea e che contribuisca ad una buona salute.
Un tempo si impiegava anche come abortificente [23].

STORIA
Le evidenze archeologiche dirette sulla kava sono poche e frammentarie.
Ad Eloaua nell’arcipelago Bismarck è stato ritrovato un frammento fossilizzato di un fusto di Piperacea datato tra il 1600 e il 400 a.C che alcuni autori credono possa essere kava [24].
In siti più recenti come quello di Vaito’otia a Huahine sono stati ritrovati campioni di Piper methysticum [25].
A Vanuatu in una tomba risalente al XIII secolo sono stati ritrovati diversi scheletri in posizione rilassata che erano stati sepolti vivi con il capo, le donne vicine invece presentano segni di lotta.
Si ipotizza che venisse usata come pozione soporifera ma venisse preclusa alle donne [26].

Hocart riporta la presenza di kavalattoni rilevati tramite spettrometria di massa in alcuni reperti localizzati nelle Fiji ma non fornisce una datazione precisa [27].

L’esploratore inglese del XVII secolo, James Cook, è stato il primo occidentale ad annotare sul suo diario gli effetti degli alti dosaggi della bevanda sull’equipaggio comparandoli a quelli dell’oppio.
Il botanico J. G. Forster, che era partito con Cook nel suo viaggio in Polinesia descrive la bevanda come insapore o leggermente pepata [28].

Nel 1857 a Tahiti Cuzent, un farmacista della marina francese, estrasse le radici e i fusti basali della kava isolando una sostanza pura cristallina che chiamò kavahina [29].
Dalle formule di struttura si è visto in seguito che il composto fosse più simile alla diidrometisticina, alcune discrepanze nelle caratteristiche chimiche lasciano supporre che il campione fosse contaminato.

Qualche anno dopo Gobley, un altro farmacista, ottenne un campione di radice essiccato a caldo da un collega di Cuzent e lo analizzò riportando 49% amidi, 26% cellulosa, 15% acqua, 7% minerali, 2% resine ed un olio esseziale giallo, 1% composto cristallino che definì “metisticina” [30].
Anche il campione di Gobley era impuro in realtà data la presenza di 1.12% di azoto.
In un primo momento pensò che la sostanza cristallina fosse il principio attivo della bevanda, ma poi identificò la percentuale più alta di droga nella resina gialla.

Nel 1874 venne isolata anche la yangonina [31].

Intorno agli anni ’30 furono isolati tutti i principali composti e vennero chiamati kavalattoni: kavaina, metisticina, diidrometisticina e per ultimo la diidrokavaina nel ’38 che era stata chiamata marandinina in riferimento ai Marind-Anim della Nuova Guinea Occidentale dove era stato prelevato il campione.
Van Veen affermò erroneamente che la marandinina fosse l’unico principio attivo della pianta sul CNS [32].

In seguito Hansel somministrò la diidrokavaina e le diidrometistina per via enterica in un topo facendolo addormentare per 20m, inoltre notò che la seconda era insolubile in acqua ma solubile in olio di noci e nei succhi gastrici.
Lo studioso riprese Veen concludendo che i principali composti attivi della pianta fossero questi due [33].

Torrey, prigioniero di una tribù nelle isole Marchesi, riportò che l’eccesso di kava distorcesse la faccia in un maschera mostruosa, indebolendo il soggetto fino a farlo cadere per terra in preda allo stupore [34].
Hocart scrisse di un effetto gradevole ed ozioso che stimola la socialità senza indurre ilarità o loquacità [35], Lemert sottolineò come la sensazione fosse diversa rispetto all’alcol e precludesse qualsiasi comportamento impulsivo o violento [36].

Dagli anni ’90 in poi i prodotti a base di kava si sono diffusi in America, Europa ed Australia come medicina alternativa e sedativo naturale anche se recentemente in alcuni paesi è stata bandita dai preparati galenici per via dei timori sulla sua potenziale tossicità.

Lewin [37] ed in seguito Schultes e Hoffman [38] classificarono la kava sia come narcotico che ipnotico
Nel 1989 Siegel la descrisse come sedativo ipnotico [39].

I meccanismi farmacologici alla base degli effetti psicoattivi della kava non sono stati ancora chiariti bene.
Steinmetz suggerì che l’azione depressiva della kava sul sistema nervoso fosse mediata dalla via spinale e non cerebrale, stimolando prima i muscoli, quindi paralizzandoli soprattutto nella zona degli arti inferiori. Inoltre ridurrebbe il ritmo cardiaco, potenziando e poi deprimendo la respirazione [18].

AFFINITA’ RECETTORIALI
I kavalattoni hanno mostrato solo una debole affinità per il sito di legame delle benzodiazepine e del GABA che non spiega la loro marcata azione ansiolitica [41].
Tuttavia in una ricerca del 2016 la kavaina ha interagito direttamente col recettore per il GABA, attraverso una via diversa dal classico legame col sito delle benzodiazepine [42].
Sembra agisca potenziando il legame del ligando, senza mostrare agonismo per il recettore delle benzodiazepine.

In una ricerca del 2000 un estratto di kava ha mostrato anche deboli affinità (IC50 > 100mg/ml) per i recettori della dopamina (D2), oppioidi (μ, δ) e dell’istamina (H1, H2) [43].
Osservazioni fatte su casi clinici portano a pensare che possa agire come antagonista della dopamina in maniera significativa, l’effetto sedativo potrebbe essere mediato, almeno in parte, da questo meccanismo [44].
Anche le evidenze animali mostrano effetti sulla dopamina: un estratto a basso doaggio (20 mg/kg i.p.) ha ridotto i livelli di dopamina nel nucleus accumbens dei ratti, alla dose più alta (120 mg/kg i.p.) li ha incrementati. La kavaina isolata si comporta allo stesso modo, la yangonina provoca una lieve diminuzione della dopamina, la desmetossiyangonina invece un aumento.
La kavaina riduce anche i livelli di serotonina (5-HT).
Questi dati supportano la tradizionale applicazione come antipsicotico tra gli aborigeni australiani [45].

La kavaina è un potente inibitore non stereo-selettivo della ricaptazione della noradrenalina, un altro meccanismo coinvolto nell’azione psicotropa della kava [46].

Inoltre ha inibito l’enzima MAO-B e MAO-A in maniera reversibile e competitiva con valori IC50 di 5.34 e 19.0 µM rispettivamente, a questo riguardo la yangonina è più potente con valori di 0.085 e 1.29 µM.
Parte degli effetti benefici delle kava su ansia ed umore potrebbero essere dovuti a questo meccanismo [47].

Le affinità recettoriali non spiegano comunque gli effetti spesso anche equivoci della kava sul sistema nervoso, le ipotesi più accreditate vogliono che i kavalattoni agiscano in sinergia modulando diversi neurotrasmettitori ma anche la loro stessa azione farmacologica individuale.

ANALGESICO, ANESTETICO, MIORILASSANTE, SONNIFERO, IPNOTICO
Il primo studio comprensivo sulla farmacologia dei vari kavalattoni è stato condotto tra gli anni ’50 e ’60 dal team di Meyer dell’Università di Freiburg in Germania.
Vennero documentate le loro proprietà sonnifere, analgesiche, anestetiche locali, miorilassanti e antimicotiche; L’effetto narcotico di diidrokavaina e diidrometisticina, i composti più potenti, venne paragonato al protossido di azoto e all’etere [48].

ANSIOLITICO, ANTIDEPRESSIVO
In uno studio randomizzato a doppio cieco la somministrazione di kava (1 compressa da 120mg di kavalattoni) due volte al giorno ha ridotto l’ansia e migliorato la funzionalità sessuale incrementando il sex drive delle donne [49].
In un altra ricerca su pazienti affetti da disturbi d’ansia un estratto standardizzato commercializzato col nome di Laitan ha ridotto i sintomi in maniera drastica [50].
Uno studio più grande ha dimostrato le proprietà ansiolitiche ed antidepressive di un estratto acquoso a base di kava [51].

SONNIFERO, SEDATIVO
Ha un marcato effetto sedativo e può indurre il sonno, in una ricerca a doppio cieco a alleviato drasticamente l’insonnia senza causare sonnolenza diurna o altri collaterali tipici degli ipnotici sintetici comunemente usati [52].
Un estratto standardizzato (WS® 1490) è sta testato con successo nel trattamento dei disturbi del sonno a componente ansiogena [53].

NOOTROPICO
In una ricerca randomizzata a doppio cieco condotta su volontari sani la somministrazione 300mg di estratto di kava per via orale ha migliorato la velocità nello svolgere i compiti del resoconto parziale e del riconoscimento degli oggetti, indicando un effetto benefico sull’attenzione visiva e la memoria a breve termine.
L’effetto collaterale principale è risultata euforia e buon umore [54].

NEUROPROTETTIVO
I kavalattoni hanno mostrato un ottimo potenziale neuroprotettivo: inibiscono la fosforilazione della protein chinasi associata a mitogeni (MAPK) p38 agendo sulla produzione di citochine proinfiammatorie, Contemporanemente attivano la proteina chinasi ERK potenziando le difese antiossidanti.
Questi due meccanismi contribuiscono alla sopravvivenza delle cellule in caso di danno neuronale [55].
In molte ricerche ha dimostrato di ridurre lo stress ossidativo e la neuroinfiammazione indotti dalle malattie neurodegenerative, oltre ad avere un azione antischemica ed anticonvulsivante [56].

ANTITUMORALE
Estratti della pianta inibiscono la proliferazione delle cellule tumorali, l’azione è dovuta a flavokavaina A, flavokavaina B, yangonina e metisticina [57].

ANTIFIAMMATORIO
I composti fenolici della radice inibiscono gli enzimi COX-I e COX-II, il più potente è la flavokavaina B [58].
La flavokavaina A inibisce la chinasi IκB, PRAK, DYRK1A e Aurora B modulando la risposta immune, infiammatoria e carcinogenica; il composto potrebbe avere potenziali applicazioni nel trattamento dei malattie infettive ed infiammatorie [59].

Un composto sintetico derivato dalla kavaina (Kava-241) è stato testato nel modello animale di parodontite da Porphyromonas gingivalis riducendo la segnalazione di MAPK e la secrezione di TNF-α indotta da LPS [60].

ERBICIDA ED ANTIMICOTICO
Estratti acquosi di radici di kava hanno soppresso la germinazione di lattuga, ravanello, giavone e giacinto d’acqua oltre a inibire la crescita dei funghi parassiti Colletotrichum gloeosporides, Fusarium solani, Fusarium oxysporumTrichoderma viride [61].

INTERAZIONI FARMACOLOGICHE
Sono riportate anche interessanti interazioni con altre sostanze dovute sia all’azione sull’enzima MAO che all’inibizione degli enzimi del citocromo epatico P450 [62].
In combinazione col diazepam ha incrementato il treshold massimo delle convulsioni da elettroshock (MEST) e potenziato l’attività anticonvulsivante del farmaco nei modelli acuti e cronici.
In più ha alleviato gli effetti inibitori del diazepam sulla locomozione spontanea e le alterazioni epatiche indotte dalla somministrazione prolungata.
I ricercatori conclusero che la combinazione avesse una maggiore efficacia e meno effetti collaterali del farmaco da solo [63].
In altri lavori è stato descritta l’eventualità di un effetto cumulativo tra la pianta e alcol, barbiturici, miorilassanti ed altre sostanze psicotrope che può anche portare al coma in casi estremi [64].

Un estratto di kava ha ridotto i comportamenti stereotipati nei topi trattati con anfetamina, riducendo l’attività di MAO-A nella corteccia e MAO-B nell’ippocampo [65].
In un altro studio si è comportato allo stesso modo nei confronti dell’apomorfina [66].

TOSSICITA’
Nel corso degli anni la kava è stata bandita in diversi paesi a causa di un buon numeri di casi di epatossicità direttamente connessi al consumo della pianta e soprattutto degli estratti.
I composti responsabili di quest’azione sul fegato sono due: flavokavaina B e pipermetistina.

La pipermetisina è un alcaloide e si trova solo nella parte aerea.
E’ probabile che qualche compagnia senza scrupoli avesse usato la pianta intera per questioni economiche, d’altronde in alcuni studi un estratto di foglie è risultato più potente della radice sui recettori delle benzodiazepine, oppioidi, dell’istamina e della serotonina nonostante il basso contenuto di kavalattoni [43].
L’unico problema è che la pipermetistina causa gravi danni epatici attraverso la compromissione della funzione mitocondriale.
Da studi in vitro si è visto che può uccidere il 90% degli epatociti umani alla dose di 100 μM, mentre nessuno dei kavalattoni anche somministrato cronicamente alla stessa dose per 8 giorni li ha dannegiati.
I ricercatori concludono dicendo che i casi rari di epatossicità severa in seguito al consumo di kava possono derivare dall’alterazione della radice con parti di steli e foglie [67].
Già le scaglie del fusto, principale materia prima della stragrande maggioranza degli estratti di kava presenti sul mercato, hanno un contenuto di alcaloidi superiore alla radice che potrebbe influire sull’insorgenza di disturbi epatici [68].

Le flavokavaine sono calconi citotossici.
A e C non sembrano particolarmente pericolosi, la A è stata testata sui topi risultando sicura come additivi alimentare entro determinate concentrazioni [69].
Tuttavia la B è una potente tossina epatica: causa la deplezione delle riserve di glutatione sconvolgendo l’equilibrio ossidativo del fegato.
In più blocca l’attivazione del complesso proteico NF‐κB indotta dal TNF‐α, un meccanismo essenziale per la sopravvivenza della cellule epatiche.
Infine attiva il segnale MAPK, un altro processo che può portare alla morte degli epatociti [70].
Una ricerca del 2014 ha analizzato 172 campioni di radice e fusto (niente parte aerea) di kava tramite cromatografia su strato sottile ad alta prestazione (HPTLC), i risultati dimostrarono che il contenuto di flavokavaina B delle varietà nobili e medicinali era appena rilevabile, mentre risultò facilmente identificabile nella Wichmannii e tudei [71].
Ancora una volta le morti sono dovute all’avidità di chi trasforma la materia prima, le specie selvatiche crescono infatti molto più velocemente e hanno un costo davvero irrisorio all’ingrosso.
Anche l’impiego di solventi organici e tecniche di estrazione esaustiva, estranee al processo di preparazione della bevanda tradizionale, influiscono notevolmente sul contenuto di questi calconi.
I preparati acquosi hanno un rapporto kavalattoni/flavokavaina B di gran lunga più sicuro [70].

Una terza ipotesi molto accredita vuole che l’alta temperatura ed umidità tipica delle zone tropicali del Pacifico rende la materia prima facilmente prona alla muffa, specie se mal essiccata e conservata, con eventuale sviluppo di composti tossici per il fegato come le aflatossine [71].

Anche l’inibizione degli enzimi del citocromo epatico P450 potrebbe contribuire ai casi di tossicità da kava, incrementando notevolmente la tossicità di altri farmaci spesso assunti insieme alla radice.

A parte l’epatossicità il consumo cronico ed eccessivo è stato collegato anche a disturbi epidermici, cognitivi e muscolari di entità molto variabile.

Le componenti attive del kava sono:

-kavalattoni: kavaina, diidrokavaina, metisticina, diidrometisticina, yangonina e desmetossiyangonina;

-calconi: flavokavaina A, B, C;

-alcaloidi: pipermetistina;

-composti fenolici: acidi cinnamici, pinostrobina, 5,7-dimetossiflavanone.

I kavalattoni sono i principali responsabili degli effetti sul CNS.

1)Yuncker, Truman George. Plants of Tonga. No. 220. The Museum, 1959.

2)Barrau, Jacques. Histoire et préhistoire horticoles de l’Océanie tropicale. 1965.

3)Smith, A. C. “Flora vitiensis nova: A new flora of Fiji. Lawai, Kauai, Hawaii.” National Tropical Botanical Garden 2 (1981): 394-395.

4)Brunton, Ron. The abandoned narcotic: kava and cultural instability in Melanesia. No. 69. CUP Archive, 1989.

5)Ambrose, Wal, and A. Pawley. “Manus, mortars and the kava concoction.” Man and a half: Essays in Pacific anthropology and ethnobiology in honour of Ralph Bulmer 48.3 (1991): 461.

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L’assunzione di kava è controindicata in chi soffre di Parkinson, prima di un’operazione chirurgica o durante gravidanza ed allattamento.

L’interazione con benzodiazepine e depressori del CNS può essere pericolosa.

L’overdose non è letale, ma può provocare disturbi gastrici ed altri fastidi.

Gli effetti collaterali più comuni sono disidratazione, perdita d’appetito, fotosensibilità, eccitazione sessuale, gas e nausea.

Non ci sono casi di morte, danni permanenti o dipendenza in letteratura scientifica relativi al consumo esclusivo dei preparati artigianali ad acqua a base della radice di questa pianta.

 

Tutte le informazioni relative ai nostri prodotti vengono fornite a titolo informativo sulla cultura psiconautica e storico sulla cultura tribale: non vogliono incoraggiare atteggiamenti pericolosi e/o di illegalità.

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I nostri contenuti non sono stati valutati dalla FDA o da una qualunque figura medica professionale: le possibili applicazioni, indicazioni posologiche ed avvertenze sono descritte solo a scopo educativo, sono speculazioni personali e non costituiscono parere medico.

I prodotti vengono venduti come incensi, materiale botanico da collezione e materiale scientifico da ricerca. Non sono destinati al consumo umano.

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